Dati certi a livello globale non esistono, ma analizzando singoli report delle forze dell’ordine, si può notare un particolare abbastanza lampante: è vero che gli omicidi sono sempre meno, ma i casi irrisolti, percentualmente, sono in crescita. Un aiuto fondamentale alla polizia di tutto il mondo potrebbe arrivare, incredibile a dirsi, dal gatto domestico.

 

Secondo dati recenti, i piccoli felini sono poco meno di 230 milioni nel mondo e poco meno di 8 milioni in Italia. E’ opinione comune che il loro ruolo potrebbe essere decisivo nella risoluzione di indagini complicate, rendendo più semplice la correlazione tra sospettati e luogo del delitto, con l’utilizzo di tecnologie di sequenziamento genetico sempre più innovative. Quanto bisognerà attendere? Solo qualche mese, perchè questa prima metà del 2014 porterà novità in questo settore. Il tutto, anche grazie ad un cervello nostrano.

 

Barbara Ottolini, ricercatrice presso un’università inglese ha affermato che:

 

“Normalmente, quando sulla scena del delitto si rinvengono tracce organiche, si cerca di analizzare il DNA nucleare, quello che rappresenta la carta di identità genetica di ogni individuo. Ma di solito non ce n’è in quantità sufficiente, soprattutto nel caso di corpi lasciati in acqua”. 

 

E continua:

 

 “Esiste un secondo tipo di DNA, quello mitocondriale, ereditato per linea materna, di cui ogni cellula possiede molte copie”.

 

 

Ebbene, i gatti domestici, lasciano materiale genetico sui propri peli, quando si leccano. La ricercatrice italiana ha chiarito che:

 

“L’analisi di questo DNA non porta al singolo animale, ma a quella che è definibile come la sua famiglia”.

 

Ciò  permette di risalire al suo “cognome”, e quindi, di correlare con sicurezza il pelo al gatto e il gatto al padrone che è sicuramente stato sulla scena del delitto.

 

La ventinovenne Barbara Ottolini, che ha conquistato un dottorato di ricerca nell’ateneo di Leicester, dopo aver conseguito una laurea in Biotecnologie mediche a Milano, per poi conseguirne una magistrale in Genetica, presso un ateneo parigino, vanta nel curriculum un caso risolto, quello dell’omicidio di David Guy, trovato cadavere su una spiaggia inglese. Per risalire a chi l’ha ucciso ci sono volute indagini che sono durate più di un anno e tra le prove considerate dai magistrati, c’erano anche otto peli di gatto, ritrovati sulla tenda da doccia che avvolgeva il cadavere.

Il team di scienziati di cui Barbara fa parte, diretto dal professor Mark Jobling, è riuscito a provare la corrispondenza tra quella traccia e l’animale domestico di Hilder, genotipizzando 152 campioni di sangue provenienti da esami di routine, compiuti in varie cliniche veterinarie inglesi, e creando il primo database inglese di DNA mitocondriale felino. 

 

Gli ottimi risultati dell’indagine hanno fatto sì che la ricerca in questo settore fosse incentivata e nelle speranze della ricercatrice italiana vi è, ovviamente, che venga, prima o poi, avviata anche nel nostro Paese. Intanto, nell’ateneo inglese il lavoro continua senza sosta e l’obiettivo è di affinare ancora di più questo strumento di ricerca.

I nuovi risultati dovrebbero arrivare entro i primi mesi di quest’anno e saranno pubblicati su alcune riviste scientifiche, oltre che messi in rete, disponibili per ricercatori e inquirenti.
Sfortunatamente, il limite di questo database che, come detto, entro i primi mesi di quest’anno dovrebbe essere ampliato e reso ancora più preciso, è il fatto che potrà essere utilizzato solo su base locale.

Barbara Ottolini ha spiegato che il motivo di tale limite è da ricercare nel fatto che:

 

“Non sono mai stati raccolti dati sulla variabilità delle popolazioni feline nei vari stati europei e quindi non è detto che i gruppi evidenziati qui in Inghilterra siano frequenti quanto quelli che troveremmo altrove”.

 

Per creare un database a livello europeo, il lavoro fatto dal team di Mark Jobling dovrebbe essere ripetuto dai centri di ricerca presenti in ogni nazione e la ricercatrice, trapiantata in Inghilterra, ha affermato che per lei sarebbe motivo di felicità poter portare a termine uno studio simile in Italia, considerando che è dispiaciuta per il fatto di non poter svolgere il suo lavoro proprio nel suo Paese d’origine.