La LAV ha pubblicato un dossier sulla stato della vivisezione in Italia. I dati, ottenuti direttamente dal Ministero della Salute, riguardano gli studi compiuti sugli animali regione per regione.
La protesta della onlus si leva in particolare per le 350 procedure senza anestesia portate a termine su un numero molto alto di animali e sull’assenza di riscontri dei risultati scientifici della sperimentazione sull’uomo.

Le procedure che non prevedevano, non strettamente l’uso di anestesia, ma di qualunque tipo di analgesico o lenitivo che avrebbe potuto in qualche modo mitigare la sofferenza dell’animale, riguardano il biennio 2008-2009. I laboratori coinvolti sono 609, distribuiti per lo più in Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Toscana e Veneto. Gli animali coinvolti, secondo il dossier, sono 2.603.671.

La battaglia è portata avanti con forza dalla LAV poiché, secondo l’associazione, la sperimentazione animale è “un grave errore metodologico”, date le differenze genetiche, anatomiche, biologiche, metaboliche esistenti tra le diverse specie viventi. Le conseguenze non colpiscono solo gli animali sottoposti agli esperimenti, ma anche gli esseri umani. Secondo una statistica, la quarta causa di morte negli Stati Uniti sarebbe da attribuire agli esiti controproducenti dei test animali sugli uomini. Un esempio eclatante è quello condotto alcuni anni fa sulla tossicità della diossina. A seconda del tipo di specie su cui veniva provata la sostanza, il livello si abbassava o si alzava non di poco (ad esempio, 20 mg/kg nel ratto, 200 mg/kg nel topo e ben 5000 mg/kg nel criceto). In questo modo le grandi aziende – denuncia la LAV – possono utilizzare i dati a proprio tornaconto personale, per l’immissione sul mercato dei propri prodotti, sicuri di non incorrere nelle conseguenze.

 

La sperimentazione animale, concludono alla LAV, oltre ad essere un metodo di ricerca mai validato, si fonda su enormi interessi economici e nessuna evidenza scientifica. Una ricerca algoritmica su 25.190 articoli pubblicati su alcune riviste scientifiche tra il 1979 e il 1983 ha sottolineato che solo uno 0,4% degli studi aveva una potenziale applicazione sugli uomini e che solo lo 0,004% (cioè un caso) ha portato poi allo sviluppo di un farmaco clinicamente utile.